Il decimo o ventesimo paziente della giornata, è la signora Rossi.
Ecco che entra nello studio del diabetologo, dell'infermiere o della dietista.
Questa è una verità incontrovertibile.
Poteva non venire ed è venuta. È la signora Rossi, obesa come nella scorsa visita, forse di più.
Gli esami che porge sono eguali o peggiorati. Ma è qui. Questo mi dice due cose importantissime:
1) Che ha fatto una scelta responsabile, palese: è venuta qui da me
2) Che per lei la relazione viene prima della terapia, prima dei risultati

Quel breve silenzio, quell'esitazione iniziale
Vediamo il primo aspetto.
Quel breve silenzio, quella esitazione in quei cinque secondi durante i quali il paziente prende posto davanti alla mia scrivania, mi dice molto. «Sono qui!". E inizia a giocare con me.
In questo tipo di partita a scacchi il paziente ha sempre i bianchi. Muove per primo. Ma poi c'è la seconda mossa, in cui si deve parlare forte e chiaro e questa dipende da me, dalla domanda dopo la constatazione senza parole.
«Gli obiettivi che ci eravamo posti non sono stati raggiunti. Evidentemente però lei pensa che io possa fare qualcosa per lei, se no non avrebbe attraversato Roma per vedermi. Ma prima mi dica che cosa le è successo esattamente?»
È una domanda che vale sempre la pena di fare.
«Credo di aver fatto del mio meglio. Ma penso che potrei fare di più»
Torniamo all'immagine della signora Rossi che entra nello studio. Quello che dice solo entrando con la sua conformazione obesa è «questo è quanto sono stata capace di fare. Questo è il punto di equilibrio che ho trovato tra tutte le mie pulsioni 'negative' e il desiderio di migliorare, fra i consigli del Team e i mille problemi e vincoli della vita quotidiana».
Dice anche qualcosa di più la signora Rossi ed è un ragionamento sofisticato. «Credo di aver fatto del mio meglio. Ma penso che potrei fare di più e che ho bisogno di aiuto per farlo. Per questo, nonostante tutto, sono qui».

La speranza è nel qui e ora della relazione
Il 'qui e ora' della relazione è il punto di forza che sorregge il dialogo terapeutico anche nei momenti che sembrerebbero più bui. La speranza che è insita in ogni relazione di cura non è una prospettiva lontana o un sogno ma l'ostensione, l''ecce' della presenza di un paziente in un incontro.
La signora Rossi non si è assolutamente divertita ad arrivare, farsi pesare, misurare la glicemia, calcolare la glicata. Magari in quella giornata ha anche fatto un esame del fondo oculare o un altro di quei test che confermano il peggioramento rilevando i primi segni di complicanza.
Sono grosse ferite inferte all'Io.
Altre ferite le rischia dal corso del dialogo con il curante, dal quale, probabilmente, si aspetta una critica. Eppure è lì.
Cosa significa? Significa che per la signora Rossi la relazione di cura viene prima dei risultati, prima della terapia. Mentre il riflesso condizionato del curante è che - sembrando la terapia inefficace - lo è anche la relazione.
Invece ha ragione la signora Rossi. Un curante e un paziente possono disegnare cento terapie le quali possono avere diecimila risultati, ma hanno una sola relazione. Se la relazione si spezza, nessuna terapia è possibile.
Facciamo andare pure avanti le immagini. La signora Rossi può iniziare a parlare e dire qualunque cosa. Ma le cose più importanti sono state già affermate e noi lo sappiamo.

La signora Rossi ha fatto il possibile,
La signora Rossi pensa che potrebbe fare di meglio
La signora Rossi vuole vivere
La signora Rossi ha fiducia in noi.

Non è affatto poco, anzi è tutto.


Paolo Gentili
è docente di Psicologia clinica presso il Dipartimento di scienze psichiatriche all'Università La Sapienza di Roma.
Ha parteciopato a numerosi convegni e seminari sull'Educazione terapeutica e sul dialogo fra Team diabetologico e persona con il diabete. Insegna psicologia della coppia e della famiglia presso la Scuola di specializzazione in Psicologia clinica della facoltà di Medicina del medesimo ateneo.

Ultima modifica: 28/09/2006