Nell'incontro esiste la possibilità di accogliere l'altro. Lo possiamo fare perchè l'altro è già in noi. Ma per lasciare spazio a quell'altro che è in me, l'incontro deve manifestare una differenza, una sorpresa. Solo così io paziente divengo medico a me stesso e o medico scopro che sotto il camice...
Nell'incontro noi facciamo esperienza prima di tutto di un modello di un archetipo. Le antiche culture lo sapevano bene e dipingevano sulle pareti delle caverne non dei ritratti, questo si è iniziato a fare millenni dopo, ma degli archetipi: il 'cacciatore'. Le loro prime narrazioni non erano romanzi ma miti.
Nell'incontro mettiamo in scena un archetipo. Lo facciamo con molta cura: 'divise', targhette sulla porta dicono bene chi è il giudice e chi l'imputato, chi il medico e chi il paziente.
Non sono 'maschere': noi siamo anche quell'archetipo. Io sono un docente universitario. Ma la nostra individualità travalica questi modelli.
L'incontro è anche il luogo in cui questi modelli possono essere superati. Anzi invertiti.
Già perchè l'individualità è la somma di tutte le sue possibilità, la somma o il prodotto ponderato di tutti gli archetipi. È per questo che l'incontro esiste ed è tale, perché io paziente trovo nel signore con il camice bianco dall'altra parte della scrivania quel medico che io ho in me.

Viceversa, il medico è sempre anche paziente. L'incontro, che nella malattia cronica è reiterato, è proprio il processo attraverso il quale il paziente diviene medico di se. Questo è noto. In ogni malattia io devo prendermi cura di me, devo imparare a tollerare il male, il limite. Venire a patti con esso sul piano pratico e mentale. Sono curante a me stesso.
Credo che anche il medico si accorga di essere curato dal paziente Lo è nella misura in cui l'esperienza degli incontri modifica i pregiudizi che lui ha su se stesso.

Nell'incontro esiste questa possibilità di accogliere l'altro. Lo possiamo fare perchè l'altro è già in noi. Ma per lasciare spazio a quell'altro che è in me io devo avere un legame più lasco con il mio archetipo.

La corporeità ci permette questo processo che è la conoscenza. Co-nosciamo perchè co-nasciamo. Pensiamo all'archetipo maschile e a quello femminile con i mille pregiudizi che lo accompagnano. Nell'incontro tgra maschio e femmina, nelal corporeità vivente vedo quanto di femminile c'è in me e di maschile in lei.

Nell'incontro fra medico e paziente è il primo ad avere più difficoltà. Il medico è ostacolato perchè non soffre, non è interpellato, sabotato dalla sua malattia. Ed è ostacolato per il pregiudizio scientistico di cui lui ha bisogno indubbiamente.

Dimentica però spesso che quell'oggetto è una astrazione creata dalla tecnica. Utile, certo, ma che non esaurisce il vissuto. Il medico rimane vittima del dualismo aperto da Cartesio fra mente e corpo.
Il microscopio che usa finziona così bene che il medico diviene cieco al corpo dell'altro. Non solo lui, certo: dopo secoli non siamo ancora riusciti a uscire da questa schematizzazione.

Non esiste una 'semplice presenza'. Se sfrondo dal vissuto, dalle emozioni, dalle connotazioni qualitative una persona non mi rimane nulla di vero.

In ogni incontro con l'altro si viene incontro a se stessi. Detto in altri termini: l'esperienza dell'altro in qualche misura ci rivela a noi stessi e ci fa conferma una verità profonda: che in fondo l'altro è dentro di noi. Siamo i suoi figli, condividiamo una storia profonda, apparteniamo a qualcosa che ci unisce.
Ma questa comprensione non è immediata nasce dallo 'scandalo', dalla scoperta di una differenza. Si incontra l'essere in se dell'altro 'nel modo della sorpresa' come diceva Heidegger. Quello che io ritenevo un oggetto, uno strumento, un archetipo si ammutina, si ribella, non si piega al fine cui è destinato non si presta al clichè. In questo ammutinamento io lo incontro.
Ecco la sorpresa è forse il primo segno che un incontro è tale. Se sono sorpreso, se l'incontro con l'altro mi mette di fronte a paradossi o problemi e questo ci induce a una modificazione. Può essere la paura, il rifiuto.
Oggi incontriamo facilmente culture differenti, la reazione di paura non è un rifiuto di accogliere l'altro: è un rifiuto di accogliere qualcosa di noi stessi che ci sfuggiva.
Butto via l'altro perche ho paura di riconiscere che anche io sono l'altro. Che anche io medico sono un cattivo paziente. Che anche io, Giudice sono un imputato, un colpevole. Che anche io bianco sono nero... Per questo è così difficile pensare ad esempio che per l'altro siamo l'altro. Ogni essere ha, è un suo essere diverso e noi non facciamo eccezione.
Parlando di incontro noi immaginiamo qualcosa di istantaneo, ma così non è. Sono i rapporti che si perpetuano nel tempo, quello di maesgtro e discepolo, di padre e figlio, di sposo e di paziente in una condizione cronica i veri luoghi del cambiamento. Lì posso esplorare me stesso accettando anci facendo esperienza della differenza dell'altro. Dell'essere altro dell'altro.
In questa avventura inifinta che è la lunga conoscenza e frequentazione mi si rivela il mio destino che non è il futuro, quello che sarò' ma il mio 'essere sempre stato'. Divengo lentamente ciò che sono.


Carlo Sini
è nato a Bologna nel 1933. Si è laureato con Enzo Paci all'Università di Milano, dove è ordinario di Filosofia teoretica. Nel 1994 è stato nominato socio dell'Accademia dei Lincei.
Il pragmatismo americano, Laterza, Bari, 1972; Semiotica e filosofia, Il Mulino, Bologna, 1978; Passare il segno, Il Saggiatore, Milano, 1981; Immagini di verità, Spirali, Venezia, 1985; I segni dell'anima, Laterza, Roma-Bari, 1989; Etica della scrittura, Il Saggiatore, Milano, 1992; La filosofia teoretica, Jaca Book, Milano 1992; Filosofia e scrittura, Laterza, Roma-Bari, 1994.

Ultima modifica: 28/09/2006