Professore, questo secolo, come del resto quello precedente mitizza la medicina eppure chi è curato - se non ottiene subito la piena salute - spesso si sente 'diverso' non si sente parte a pieno titolo della società.
Noi vediamo 'salute' e 'malattia' come realtà antitetiche. In se questo non è incomprensibile. Istintivamente tutti tendiamo a vedere le cose in termini polari, antitetici: 'buono' e 'cattivo', 'giusto' e 'sbagliato, 'vero' e 'falso'. A volte interviene una riflessione più matura, a volte l'esperienza ci insegna che di rado il mondo è bianco o nero. Lo stesso vale per i termini 'sano' e 'malato'.
Dalla medicina ci attendiamo una salute assoluta, completa.
Esatto. Si va dal medico chiedendogli di debellare completamente la malattia e di restituirci una salute assoluta. Questo è ciò che realmente vogliamo. Tutto il resto conta poco. Va detto che la scienza medica è stata spesso all'altezza di queste attese. Molte malattie oggi guariscono completamente.
Siamo un po' 'viziati'...
Sì anche se credo che questo atteggiamento sia più antico. Platone irrideva ai medici che non erano in grado di debellare la malattia. Il fatto è che oggi quote crescenti della popolazione, forse presto sarà la maggioranza si trova in uno stato intermedio fra 'salute' e 'malattia' che non riusciamo bene a visualizzare. È questa condizione, non la persona, che non ha cittadinanza piena nella nostra cultura. I diabetologi non si sentono forse sentirsi da persone mature ben informate che convivono benissimo magari da anni con il loro diabete "dottore ma quando troverete la cura per il diabete?".
Il fatto di poter vivere tranquillamente nonostante la patologia non è preso in considerazione.
In fondo no. Spesso anche i medici sentono la frustrazione di non avere a disposizione il 'silver bullet' la pillola che fa passare il diabete. Pur essendo una delle grandi conquiste della medicina proprio la capacità di cronicizzare malattie acute. Pensiamo al diabete di tipo 1 ad esempio, una patologia un tempo mortale. Oggi la medicina ci garantisce quella che io ho chiamato una 'salute sufficiente', permette a tutti per lungo tempo di vivere con una patologia senza compromessi o quasi senza compromessi.
Tuttavia se abbiamo una patologia anche cronica ci sentiamo diversi
Vi è qualcosa di paradossale in una società dove un numero sempre maggiore di persone ha una condizione cronica e continua a dipingere modelli di perfetta salute. Per capirne le ragioni proviamo a pensare: "Che cultura dovremmo avere per produrre un mito della salute sufficiente?"
Non dobbiamo inventare nulla. Questo mito, questa etica della cronicità è esistita in passato, pensiamo agli scritti di Seneca...
È vero. Avevamo tutti una etica del limite inteso non come inciampo, ostacolo, ma 'orizzonte', 'involucro'. Io sono quello che sono perché ho certi limiti.
Non siamo tutti "teste d'angelo alate senza corpo" come diceva Schopenhauer...
Né tutti palestrati alti e forti come bronzi di eroi o semidei. Siamo differenti, abbiamo una nostra connotazione. Ed è presunzione, hybris punita dagli dei, superarli. Avevamo un senso della cronologia. Al di la dei numerosi quadri delle 'tre età', i nostri nonni avevano spesso in casa un quadretto che dipingeva le stagioni della vita. Lo tenevano di fianco al calendario o all'Almanacco di Barbanera. Invecchiare, perdere tonicità nei muscoli non era più inusuale che assistere alle gelate della Candelora. C'era una cultura della cronicità anche se magari non erano frequenti le malattie croniche. Un po' di colpa ce l'ha anche il consumismo: da una parte ha bisogno di 'posizionare' i suoi prodotti in un contesto assolutamente a-problematico...
E vediamo immagini di anziani ridicolmente in forma, padri che saltano gli steccati, famiglie che alle sette del mattino scoppiano di allegria...
Esatto, questa ideologia del consumo teme la morte che è la negazione del consumo per eccellenza, la nullificazione di ogni bene terreno - questo lo sappiamo da migliaia di anni - e per estensione teme anche il limite. Il limite è il confine dentro il quale l'essere umano può esercitarsi, pensare che non ci sono limiti, che l'umano può svilupparsi ad infinito vuol dire annullarci.
Quindi siamo condannati a 'far finta di essere sani'...
Purtroppo non è rara la situazione paradossale di chi, pur avendo garantita dalla medicina una salute sufficiente a svolgere pienamente la sua vita, e pur vivendo in un mondo di persone che nella maggioranza condivide una situazione di salute 'intermedia'... continua a paragonarsi con un ideale apollineo di salute e non riesce a non sentirsi diverso.
Ultima modifica: 27/09/2006
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